Nel novero dei culti “ufficiali” rientra poi il culto imperiale, che trova nell’epigrafia novarese un’ampia attestazione di tipo indiretto: sono infatti soprattutto le epigrafi funerarie o le epigrafi votive dedicate ad altre divinità che ci informano dell’appartenenza dei dedicanti ai collegi preposti alla devozione imperiale.
Come noto, il culto della persona dell’imperatore costituì uno degli aspetti più ambigui della strategia augustea di elaborazione del consenso, giocata sul duplice binario della restaurazione dei valori tradizionali e del rinnovamento dei contenuti politici.
Nelle aree occidentali dell’impero questa pratica devozionale non travalicò mai i limiti di un culto “indiretto”, che ammantava di un’aura sacrale l’imperatore e la sua famiglia senza raggiungere la divinizzazione personale.
Capisaldi di tale strategia furono l’apoteosi degli imperatori defunti, sottomessa tuttavia al vaglio del Senato, la personificazione e deificazione delle virtù imperiali (fortuna, salus, pax, concordia, virtus, victoria, pietas, clementia ecc.), il culto del genius e del numen dell’imperatore e l’accostamento dell’attributo Augustus/a ai nomi di varie divinità, sia appartenenti al pantheon tradizionale che “interpretate” o indigene.
Nell’ambito dell’epigrafia novarese la diffusione di queste forme di “devozione mascherata” [ 61] risultano tuttavia poco attestate.
Anche le due epigrafi di Suno dedicate alla Vittoria (fig. 8) non si possono, in assenza dell’epiclisi “Augusta” e disgiunte dal nome di un imperatore, annoverare con sicurezza fra le testimonianze del culto ufficiale promosso come uno dei capisaldi della teologia augustea: la Vittoria [62] come giustificazione dell’illegalità del nuovo ordine politico, segno del favore divino e strumento per restaurare la pace ed inaugurare una nuova era di prosperità [63]. Benché le due are siano aniconiche e non ci si possa giovare dell’aiuto dell’iconografia, è più probabile, in considerazione della scarsa fortuna della Vittoria Augusta nella Cisalpina occidentale, che esse rimandino all’interpretatio, fusa in un’unica figura, delle due divinità celtiche Cantismerta e Cathubodua, spesso rappresentata come ipostasi alata, con palma e tuba fra le mani, secondo uno schema di ispirazione ellenica. In tale accezione la devozione alla Vittoria sembra perdere buona parte del proprio carattere ufficiale, ereditando dalle molteplici prerogative delle divinità di sostrato il carattere di benefica garante del successo personale [65].
Ben più significative per la valutazione dell’adesione, più politica che devozionale, al programma religioso imperiale sono invece le testimonianze di appartenenza ai collegi para-sacerdotali degli Augustali e dei seviri augustali.
La formazione di organismi collegiali preposti alla gestione dei diversi aspetti del culto imperiale risponde alla convergenza fra le esigenze del potere centrale e quello delle classi dirigenziali e dei ceti medi locali.
Da una parte tali organizzazioni costituiscono infatti degli strumenti di “normalizzazione” territoriale, dall’altra rappresentano una via di inserimento nell’organismo politico, economico e locale romano, un mezzo per esprimere lealtà verso il regime e gratitudine per i benefici ricevuti, per esempio in ambito urbanistico, e per veicolare ulteriori atti di evergetismo privato dei maggiorenti locali.
Il carattere “politico” del culto imperiale è ben manifestato dalla prevalente provenienza di tali epigrafi dall’ambito municipale [66].
A Novara, come nel resto della Cisalpina, il panorama dei collegi dediti al culto imperiale è molto variegato e presenta numerose sfumature, spesso non del tutto intelligibili [67].
Il flaminato rappresenta il più alto grado di queste organizzazioni e costituisce una vera e propria carica sacerdotale, ricoperta da membri della classe dirigenziale, soprattutto cavalieri, scelti dai decurioni. Si fregiarono di tale carica due quattuorviri giurisdicenti, Caius Arbussonius, membro dell’ordine equestre [68], e C.Valerius Severianus [69], nonché C.Valerius Pansa e la moglie Albucia Candida [70], illustri Novaresi commemorati per i loro atti di evergetismo.
Assai più diffusa la pratica del sevirato, che costituiva originariamente una sorta di magistratura municipale onoraria, composta da sei membri eletti annualmente dai decurioni dietro deposito di una somma di denaro (summa honoraria), e che comportava l’allestimento a proprie spese di feste, sacrifici, spettacoli e giochi pubblici o la costruzione di opere di pubblica utilità. È probabile che l’ingresso nel collegio, che non aveva fra le sue prerogative l’organizzazione del culto imperiale, fosse in questo momento iniziale riservato agli ingenui [71], ma che la caratteristica indispensabile fosse la disponibilità di un censo medio-alto.
Già a partire dall’età augustea, al sevirato si affiancò però l’Augustalità, specificamente rivolta al culto dell’imperatore, che era aperta anche ai liberti e che rappresentò spesso un importante veicolo di promozione sociale, talvolta in grado di dare adito, nel corso di alcune generazioni, alle magistrature municipali e addirittura alle cariche decurionali [72].
Poiché frequentemente i seviri si affiancarono ai seviri Augustali, nelle numerose fonti epigrafiche ove si cita semplicemente la carica di “seviro” o di “seviro e Augustale” risulta pressoché impossibile identificare con certezza l’appartenenza ad uno solo o ad entrambi i collegi [73].
Fig.8. Suno. Ara con dedica alla Vittoria.



Fig.9. Suno. Ara con dedica a Mercurio del seviro C. Mogetius Gaetulicus.
Didascalia alle immagini
Fig.8. Suno. Ara con dedica alla Vittoria.
Fig.9. Suno. Ara con dedica a Mercurio del seviro C. Mogetius Gaetulicus.